20 anni dal G8 di Genova: il tempo, dall’evento che scosse Genova ed il mondo intero, sembra passato in un attimo. Forse perché la città, ma l’Italia più in generale, non ha mai fatto i conti con quanto accadde per le strade del centro città del capoluogo ligure.

20 anni in cui sono stati celebrati processi: contro Mario Placanica, il carabiniere che esplose il proiettile che uccise Carlo Giuliani, durante i disordini che, nel caso specifico, scoppiarono in piazza Alimonda il 20 luglio 2001, andato prosciolto per uso legittimo delle armi nonché legittima difesa. Famosa la consulenza tecnica di parte che ricostruì la traiettoria del proiettile esploso da Placanica: il carabiniere avrebbe sparato in aria, ma la traiettoria della pallottola venne deviata proprio dall’estintore lanciato da Giuliani. Contro alcuni manifestanti, riconosciuti colpevoli di danneggiamento, devastazione e saccheggio. Ma soprattutto contro diversi funzionari appartenenti alle forze dell’ordine, indagati e processati per i fatti accaduti alla scuola Diaz e per quelli relativi alle torture subite dai manifestanti nella caserma di Bolzaneto. In entrambi i procedimenti contro gli appartenenti alle forze dell’ordine le condanne decise in primo grado sono state successivamente aggravate dalle risultanze del secondo grado: 25 le condanne per la Diaz, 44 quelle per Bolzaneto. Furono condannati dirigenti illustri delle forze dell’ordine italiane che, tuttavia, godettero contemporaneamente di promozioni: su tutti Francesco Gratteri, condannato a 4 anni e divenuto poi capo del dipartimento centrale anticrimine della polizia e Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e 8 mesi, nominato vice-capo della direzione Antimafia nel 2017.

Tanti, forse troppi, gli interrogativi sorti subito dopo quegli eventi e a cui mai venne data risposta: se la caserma di Bolzaneto era stata allestita come centro che fungesse da “filtro” per bloccare l’arrivo di ben noti black-block e casseur, perché nessuno di questi, effettivamente giunti a Genova, venne fermato? È davvero esistita una cabina di alta regia che pensò di utilizzare i black-block, dando spazio alle loro violenze, per poi mettere in atto una spietata repressione? Chi decise l’irruzione alla Diaz e su quali basi?

Ma soprattutto l’interrogativo principale, anche questo senza risposta, è quello di chi si chiede se sia stato legittimo organizzare un incontro di quella portata, in quegli anni in cui esisteva una vasta opposizione mondiale alla globalizzazione, in una città di 600mila abitanti, recludendone una parte significativa in un centro storico sfregiato e blindato, causando di fatto una sospensione arbitraria dei diritti?

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